2 commenti su “… E le posizioni scomode…

  1. Rilancio con una domanda:
    Quale è l’attitudine di un allenatore?
    Ho avuto la fortuna di attaccarmi dietro al culo di ottimi allenatori nella mia carriera. Tutti sono stati vincenti, ma erano apparentemente molto diversi per carattere, metodi e modo di rapportarsi con le difficoltà. Questo mi ha fatto pensare che forse il punto di vista da cui scaturiva quel “molto diversi”, non fosse corretto. Doveva esserci per forza un punto comune, un particolare, una attitudine che li rendesse uguali, se di fatto uguale era il risultato.
    Oltre a ciò, se metodi diversi arrivano a uno stesso risultato, probabilmente il metodo e’ la parte meno importante del processo.
    Se alla luna ci arrivo con scale di qualsiasi tipo, il segreto non è’ la scala, ma l’attitudine a voler raggiungere la luna.
    Se vinco con il bagher laterale e un altro vince con quello frontale, e’ sufficiente per dedurre che il tipo di bagher influisce come il due di picche con briscola cuori.

    Quello che avevano in comune tutti i miei esempi vincenti era l’attitudine a riconoscere le attitudini degli atleti. Questo e’ il facilitatore, colui che scopre la qualità nascosta di un atleta e toglie gli ostacoli che non la fanno emergere.
    La scala ideale l’atleta e’ in grado di trovarla da solo, quello che deve fare il coach e’ ricordargli continuamente che la scala non è’ l’obiettivo, ma lo strumento che lo porta alla luna.
    Il facilitatore e’ chi fa pulizia di tutti gli alibi dell’atleta.
    Invece spesso l’allenatore e’ il primo a confondere il fine con lo strumento. È il primo che punta tutta l’attenzione a imporre l’uso di una scala scelta da lui (tecnica), anche quando questa non lo conduce alla luna.

    I migliori facilitatori che ho conosciuto, sapevano esprimersi con immagini. L’attitudine ha bisogno di “vedere” l’obiettivo continuamente, mentre le ripetizioni mantengono la visuale solo sullo strumento. È inutile riempire la testa dell’atleta con termini che non può “vedere”, con numeri, con percentuali e altro, serviranno solo a distrarlo; se è la luna che l’atleta vuole, parlagli della luna, descrivigliela, fagli venire la pelle d’oca e una voglia irresistibile di arrivare a toccarla. Mentre fa il bagher non deve pensare a come minchia ha appoggiato i piedi ma, prima ancora di toccarla, deve vedere la palla che entra precisa nelle mani del suo palleggiatore.

    Se addestri un cane e lo ricompensi col cibo quando ti porta il giornale, lui non svilupperà l’attitudine a ricercare il cibo, ma quella a portarti il giornale.
    Se fai coincidere la gratificazione di un atleta con la posizione dei suoi piedi mentre fa il bagher, non svilupperà l’attitudine a centrare le mani del palleggiatore, ma a mettere i piedi come vuoi tu.

    In conclusione l’attitudine non si allena, la si annaffia. L’attitudine va ricercata con pazienza nell’atleta, dopo di che bisogna ripulirla del superfluo, coccolarla, tenerla al caldo e farla crescere. È un concetto astratto, così devo aiutare l’atleta a renderlo concreto, a immaginarlo in modo così chiaro da riuscire a disegnarlo.

    Ogni atleta deve avere la sensazione che il coach abbia capito chi è lui e quale luna sta guardando. Deve sentire che l’allenatore vede la luna come la vede lui. E il facilitatore deve sapere come e’ la luna di ogni suo atleta.
    Devo parlare con gli atleti individualmente, perché individuali sono le attitudini. Il senso di squadra non me lo da un riscaldamento di soldatini che fanno tutti gesti identici, ma un gruppo di atleti che fa gesti diversi con la stessa intenzione.
    In palestra bisogna parlare di obiettivi non di strumenti.

    • Luminoso, Prof…
      Ma contiene qualche ostacolo proprio nella sua, a volte, eccessiva astrazione.
      Tendo a considerare lo strumento, certamente, come un orpello allorquando l’atleta dimostri di sapersi gestire con ciò che è già nel suo bagaglio (tecnico? immaginifico?) ma non trovo così inutilmente dispendioso sprecare la propria percezione di allenatore su quale strumento sia migliore, di volta in volta, per l’atleta.
      Intendo dire, sono così sconnessi gli strumenti dallo scopo che l’atleta si prefigge nell’utilizzarli?
      Alle volte l’aria sperduta che segue certi gesti sconsiderati ha l’aria non tanto dello stucchevole “ma perché non è andata dove dicevo io?” ma bensì di qualcosa come “in cosa cacchio ho sbagliato?”
      In quel caso, e il casino è riconoscerlo, trovo più adatto rassicurare l’atleta con uno strumento in più che possa considerare, al fine di rafforzarne la fiducia nei propri mezzi che trovo tanto importante quanto lo è il desiderio di arrivare sulla luna (il famoso “ci posso arrivare fino a lì?”)
      Concordo su parecchio, ma pur restando concorde che la base sia certamente l’obiettivo e non il come arrivarci, trovo che esistano atleti che, per struttura, abbiano bisogno di sentirsi prima forti e poi sognatori.

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